Carlo Lizzani e noi (Questo non è un coccodrillo)

«La predicazione antiborghese del fascismo ci preparò a diventare marxisti»

Di Andrea Minuz

L’impegno, la Resistenza, il neorealismo, la coscienza civile, il cinema «dalla parte dei giusti». Nelle litanie che ogni volta accompagnano la morte di artisti e intellettuali della generazione di Lizzani, perdiamo la possibilità di raccontare una storia meno epica ma un po’ più umana e istruttiva. Nella fretta di infilarli nel pantheon dell’Italia giusta, in un percorso che si dipana senza ostacoli dalla culla all’antifascismo e all’impegno civile, rinunciamo alla possibilità di capire, attraverso il prisma di lettura della loro esperienza, le contraddizioni della nostra modernità. Così continuiamo a trascinarcele dietro.

«Una vita di militante del cinema e della passione politica che lo ha legato al Partito Comunista, fino al 1957, e poi, sempre, alla sinistra, in un pacato, tranquillo dibattito critico», scrive Bignardi su Repubblica. Invece, quel che è interessante nel caso di Lizzani e di tanti intellettuali italiani della sua generazione (alcuni dei quali, padri del giornale dove scrive Bignardi) è che la loro «passione politica» si è esercitata dentro almeno due totalitarismi. Qui, forse, sta la lezione che potremmo e dovremmo trarne.

Lizzani non ha mai rinnegato la sua formazione giovanile nei Cineguf (i cineclub dei gruppi universitari fascisti). Di più, negli ultimi anni, invitava a riflettere sull’inadeguatezza degli strumenti critici con cui guardiamo ancora al fascismo e all’antifascismo. Senza mezzi termini, diceva che i Cineguf funzionavano meglio dei Dams di oggi. Sì, di mezzo ci sarà anche stata la nostalgia per la giovinezza, ma non solo. Non so come la pensasse, ma mi piace credere che non fosse d’accordo con quei libri che rimuovono dalla sua bibliografia l’encomiastica recensione che un giovane Lizzani tributa al film di propaganda nazista Süss l’ebreo, fiore all’occhiello dell’attività cinematografica di Goebbels, apparsa su «Roma fascista», il 9 ottobre 1941. Un film che Lizzani trova bellissimo e indica come modello da seguire. Perché il «cinema», scriverà in un altro articolo del ’42, «deve essere un’arma di propaganda in mano allo Stato totalitario».

L’interesse di questi articoli non sta in una retrospettiva, sin troppo facile e forse moralmente ingiusta, condanna.Affatto. Al contrario, essi sono una delle tante testimonianze di una profonda continuità ideologica tra la concezione del cinema-arma-più-forte elaborata nel fascismo, prima, e fatta propria dall’egemonia culturale del PCI, poi.

I film come macchina argomentativa, persuasoria, retorica. Il realismo come arma più forte. La cultura ripiegata nelle mani della politica. Il primato del contenuto, del messaggio, dell’impegno; concezione che ancora se la passa benissimo e che è anche un modo tutto italiano di mettere il cinema sempre al servizio di qualcos’altro: lo stato (totalitario o di diritto), il partito, la rivoluzione, la Chiesa, il Ministero dei Beni Culturali. Nel 2005, quando Mirella Serri richiamò anche il caso Lizzani nel suo libro sui tanti intellettuali agilmente passati dal fascismo all’antifascismo, ne nacquero alcuni dibattiti. Lizzani diceva che era ora di farla finita con l’utilizzo del termine «fascista» come insulto. È cominciata nel 1968, diceva, il termine è diventato un’invettiva vuota che serve solo a coprire la Storia.

Nel 2007 esce il suo libro autobiografico Il mio lungo viaggio nel secolo breve. In una bella intervista su «Io Donna», Lizzani torna soprattutto sugli anni del fascismo. «La Stampa» la riprende e titola Il bello del fascismo. «L’Unità», indignata, gliene fa un’altra. Lizzani afferma le stesse cose. La intitolano Il bello dell’antifascismo.

La lettura della sua autobiografia e di queste interviste può essere illuminante, soprattutto oggi che Lizzani si appresta a diventare un altro tassello della coscienza civile di questo Paese.

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«La vulgata ci ha consegnato l’equazione fascismo uguale dittatura. Dovrebbe bastare per condannarlo, ma non basta. L’equazione è sufficiente per un regime come quello di Pinochet, oppure dei colonnelli greci. Il fascismo italiano fu un fenomeno più complesso. E per rimuovere un processo storico complesso occorre studiarlo a fondo. L’equazione fascismo uguale reazione è sbagliata perché fa pensare a un’impossibilità di recupero e invece i processi messi in moto dal fascismo erano anche di modernizzazione».

«[Non mi vergogno di dire che] il più bel giorno della mia vita fu quando venne pubblicato il mio primo articolo su “Roma fascista”. Avevo 19 anni. Ma non è per nostalgia della giovinezza che non posso dimenticare quel giorno. Ero un ragazzo e quello era il passaggio dal sogno di diventare scrittore al vedere, in quel nome stampato per la prima volta su una rivista così importante, la realizzazione dei propri sogni. Inoltre, anche se meno, contava il sentirsi parte di un processo più ampio, cioè la modernizzazione operata dal fascismo. Non si tratta di rivedere il giudizio negativo sul fascismo, ma di capire un fenomeno di grandi dimensioni».

«Per noi ragazzi si aprirono le porte di pubblicazioni come “Primato”, con Bottai e altri gerarchi che offrivano la possibilità ai giovani di scrivere per le principali riviste. Il Centro sperimentale di cinematografia, un’invenzione fascista, proiettava i film sovietici. Ci sentivamo promossi come nessun’altra generazione prima di noi. Le parole d’ordine erano “largo ai giovani” e “la borghesia la seppelliremo”, mentre i nostri padri venivano da società gerontocratiche, bloccate. I Littoriali erano grandi gare giovanili che davano ai diciottenni l’opportunità di viaggiare, uscire di casa, sentirsi autonomi rispetto alla famiglia e ai canoni borghesi».
«Nei radioguf i giovani si esercitvano a fare la radio. Ai Teatriguf fecero i primi provini Anna Proclamer e Giulietta Masina. Si veniva catapultati, con la possibilità di mettersi alla prova. Oggi i Dams non hanno gli stessi mezzi. Di Teatroguf invece ce n’erano diciotto, e non solo a Roma e a Milano».
«La predicazione antiborghese del fascismo ci ha preparato a passare armi e bagagli sul fronte marxista. All’Istituto di cultura fascista andavamo a leggere Il Manifesto di Marx in appendice a un volume di Labriola».

Andrea Minuz