CITIZEN K, di Alex Gibney | #Venezia76

di Giovanni Bottiglieri

Una fiamma al petrolio rompe il silenzio e il freddo in un’enorme distesa di ghiaccio siberiano, un’immagine che tenta di catturare l’essenza dell’intera narrazione di Citizen K, film diretto da Alex Gibney, approdato alla sezione Fuori Concorso di Venezia 76.

A metà tra il documentario biografico e quello d’inchiesta, Citizen K racconta l’ascesa della classe dirigente post-sovietica. Il “Cittadino K” è Mikhail Khodorkovsky, un self-made man, proveniente da una famiglia poverissima vissuta durante il comunismo. Al crollo di quest’ultimo Khodorkovsky ha a disposizione un piccolo capitale e la sua forte volontà di divenire ricco. Il periodo di transizione verso l’apertura al libero mercato favorisce gli uomini come Mikhail, che, in poco tempo, riescono ad accumulare enormi risorse e si impossessano delle più grandi aziende dello Stato sull’orlo del fallimento, creando, di fatto, un sistema oligarchico: da qui i magnati si accordano per spartirsi i settori economici vitali del Paese e nel frattempo presentano i primi tentativi di insediamento nel mondo politico.

Mikhail Khodorkovsky creò la prima banca commerciale nel proprio Paese e si occupò inizialmente di commercio di valuta; un’attività che via via non seguì più personalmente poiché spostò l’attenzione sulla Jukos, un vero e proprio colosso del petrolio russo, di cui acquisì la maggioranza delle azioni per una cifra nettamente inferiore al valore di mercato. Questa vicenda è costellata di torbidi passaggi, che questo documentario non teme di segnalare, non mancando, quindi, di sottolineare una certa ambiguità proprie dei suoi protagonisti, nonostante si sviluppi una discreta empatia dato l’emergere dei numerosi aspetti dell’umanità narrata.

Il lavoro di Gibney mostra in parallelo il cambiamento delle figure istituzionali e il loro legame ormai indissolubile con gli “oligarchi”, un ristretto gruppo di businessman che ebbero il potere di controllare e influenzare le sorti di milioni di cittadini russi; il presidente Boris Eltsin, incarnava perfettamente quel tipo di ingenuità dei primi anni Novanta nei confronti del capitalismo e la fame di iniziativa privata e di sviluppo degli individui più scaltri.

L’ambiguità delle figure raccontate non risparmia nessuno, tantomeno il successore di Eltsin, attuale Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin. Questi, in carica dall’anno 2000, ha pian piano riconquistato le grandi aziende finite in mano agli oligarchi costruendo un’immagine di uomo forte e infallibile. Col tempo, Putin ha progressivamente identificato la propria immagine con quella dell’intero Paese, con il risultato che qualunque attacco alla sua persona risultasse una minaccia per la Russia intera. Khodorkovsky fu l’unico, nel 2003, ad osare sfidare il presidente, accusandolo di corruzione e di aver favorito l’ascesa dei suoi più cari amici, creando, di fatto, il nuovo gotha dei settori industriali del Paese. Questi affronti furono puniti con dieci anni di carcere per il magnate ella Jukos, giustificati da una serie di false accuse che hanno avuto il doppio effetto di indebolire Khodorkovsky e rafforzare Putin come difensore degli interessi dello Stato.

Citizen K illustra limpidamente tutti gli scandali, la corruzione e i diversi passaggi del processo di decomunistizzazione del Paese e allo stesso tempo l’utilizzo del “nuovo” strumento televisivo nella costruzione dell’immagine pubblica del presidente Putin, che ha sconfitto i propri avversari e ha affermato l’indissolubile legame tra la sua figura e il suo Paese. I suoi oppositori, quasi tutti misteriosamente scomparsi o in esilio tentano delle flebili azioni, ma le minacce di morte sono sempre pronte ad affiorare anche nella capitale finanziaria d’Europa: Londra.

Articolo pubblicato in collaborazione con la rivista online di critica cinematografica Point Blank.