#ROMAFF12 – «Detroit», di Kathryn Bigelow

di Samuel Antichi

Tra il 23 e il 27 Luglio 1967 Detroit fu teatro di una delle insurrezioni più sanguinarie e distruttive della storia recente degli Stati Uniti, passata alla memoria come la rivolta della 12th Street, che vide scontrarsi le forze dell’ordine e la popolazione afroamericana confinata nel ghetto della città. Conseguentemente all’ennesimo episodio di sopruso ed intimidazioni, una retata da parte della polizia in un locale notturno sprovvisto di licenza per vendere alcolici dove si stava festeggiando il ritorno in patria di un reduce di guerra, esplode tutto l’odio e la rabbia dei cittadini in un’escalation di violenza che si tramuterà presto in guerriglia urbana, incendi, distruzioni, saccheggi, più di mille feriti e quarantatré morti (nonostante il bilancio ufficioso riporti quasi il doppio il numero delle persone uccise in quei cinque giorni che sconvolsero l’America).

Con Detroit, presentato in anteprima nazionale alla dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma, Kathryn Bigelow ritorna a confrontarsi con la Storia degli Stati Uniti, dopo aver esplorato l’alienazione, l’ossessione e l’assuefazione della guerra, dall’Iraq con The Hurt Locker (2008) all’Afghanistan, nella cattura di Osama Bin Landen in Zero Dark Thirty (2012) gettando luce, inoltre, sulle problematicità e contraddizioni dei metodi di lavoro (standard operating procedure) dell’intelligence. Nell’affrontare le questioni politiche e razziali degli anni Sessanta, la regista, incontrovertibilmente ed in modo esplicito, volge lo sguardo verso il presente, oltre che alla presidenza di Trump anche all’era del suo predecessore, dal momento che, durante gli otto anni di mandato di Obama, paradossalmente, gli episodi di violenza da parte della polizia sui neri sono cresciuti esponenzialmente. Tra gli ultimi casi torna alla memoria il diciasettenne afroamericano Trayvon Martin ucciso in Florida nel Febbraio 2012 a seguito di due colpi di arma da fuoco esplosi dalla pistola di un poliziotto, assolto poi per legittima difesa, oppure l’omicidio del diciottenne Michael Brown, verificatosi nell’Agosto 2014 per mano delle forze dell’ordine di Ferguson nel Missouri e rimasto anch’esso impunito. Una questione sociale strettamente legata all’attuale crisi del modello americano, dove persevera la segregazione fisica, economica e culturale, affrontata, partendo dalle radici storiche dell’odio razziale in produzioni recenti nel cinema di finzione: The Birth of a Nation (Nate Parker), ma anche Hostiles (Scott Cooper, 2017) presentato sempre a Roma, così come nel cinema documentario da I am not your Negro (Raoul Peck, 2016) a 13th (Ava DuVernay, 2016).

Detroit, tuttavia, decide di offrire una panoramica sul contesto storico, trattando problematiche come la separazione razziale, la disoccupazione, lo sfruttamento, le ingiustizie, il predominio della classe bianca concentrandosi su un singolo specifico episodio avvenuto la notte del 25 Luglio presso l’Algiers Motel, dove tre giovani neri furono assassinati da tre poliziotti. Kathryn Bigelow insieme al collaboratore Mark Boal, sceneggiatore (anche dei tre film precedenti della regista Premio Oscar) e prima ancora giornalista d’inchiesta, con esperienze sul terreno dei principali scenari di guerra, si sono serviti specialmente delle trascrizioni degli interrogatori e delle fasi processuali, mostrate nell’ultima parte con il conseguente verdetto finale, così come delle testimonianze orali di Julie Hysell e di Karen Malloy, interpretate nel film rispettivamente da Hannah Murray e Kaitlyn Dever, che si trovavano col gruppo di ragazzi quella notte all’Algiers. Piuttosto che implicare dunque un immutabile ideale di pura fedeltà con i fatti storici, dal momento comunque che la versione mostrata non possa essere considerata incontrovertibile, la ricostruzione minuto per minuto dell’episodio di cronaca è intrinsecamente indirizzata verso un’esperienza storica “affettiva”, viscerale, atta a coinvolgere la dimensione fisica, psicologica e corporale dello spettatore. Mettendo in discussione le concettualizzazioni storiografiche e sfidandone la costituzione e le formule, consapevole dei valori e delle problematiche portate in atto, il film riflette sulla forma stessa del sistema rappresentativo. Evocando e tracciando la storia attraverso un esame performativo nel presente, attraverso icone, emozioni e significati sviluppa nello spettatore una coscienza post-traumatica, concentrandosi su un accaduto le cui conseguenze, i cui assunti, continuano ad esercitare una forte influenza sul presente.

Evitando di cadere nella trappola della facile retorica con la messa in scena di un sostitutivo catartico per una realtà “indicibile”, Kathryn Bigelow adotta specifiche strategie stilistiche e formali in modo da trasmettere rabbia e disgusto raccontando un episodio mostruoso e inumano. Fin dall’incipit i movimenti convulsi, nervosi e instabili della camera a mano calano lo spettatore in una realtà caotica, confusa, che, nell’immediatezza e nel realismo, ricrea un forte senso di angoscia e preoccupazione, seguendo le regole del cinema di genere, ricordando ad esempio Paul Greengrass da Blood Sunday (2002) a Captain Phillips (2013), e mimando le forme contemporanee di “media spectacle”. L’esperienza immersiva, multisensoriale, “tattile” coinvolge la mente, l’anima e il corpo, lo stomaco, dello spettatore, insostenibile e intollerabile in tutta la crudeltà e spietatezza manifestata attraverso il sadismo dei poliziotti bianchi, che vuole farsi portavoce di una contro-storia (veicolo di memoria culturale) per smuovere la coscienza collettiva.

Nov 7, 2017 | Letture, News
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