Come raccontiamo le donne nel cinema italiano

Come raccontiamo le donne nelle Storie del cinema italiano.

«Cioè, […] quante volte a me, gli sceneggiatori hanno detto: “Ma Monica mia, come faccio a scriverti delle storie? Sei una donna, e la donna che fa? Non va in guerra, non ha mestieri; vedi quanti pochi mestieri? Che cosa ti faccio fare? Soltanto una storia d’amore ti posso far fare: che fai dei figli, ti addolori, lui parte, sei disperata».

A parlare è Monica Vitti, in un’intervista riportata nello speciale Bianco e Nero del 1972 dedicato alle «donne del cinema». Le donne “del”, appunto. Quelle che contribuiscono a fare le storie del cinema. Eppure, nelle Storie del cinema italiano – per intenderci quella pionieristica e fondamentale di Gian Piero Brunetta e l’altra, un po’ più voluminosa, e recente, edita da Marsilio in quindici volumi collettanei – a ben vedere, la prospettiva di genere è una presenza sparuta. Verrebbe da dire che è naturale, se la donna non fa niente, se non è motore dell’azione, al massimo un motore “immobile”, nella Storia non può portare alcuna prospettiva.

Non è che nella Storia del cinema italiano di Marsilio non siano presenti saggi dedicati alle donne. Ci sono ma si confrontano con strumenti critici obsoleti, di gusto autoriale. Come fa notare lo studioso di cinema popolare italiano Alan O’Leary in After Brunetta: Italian Cinema Studies in Italy, la questione del gender, pure se affrontata esplicitamente, per esempio, nell’analisi di La città delle donne di Federico Fellini, vive e prospera anche nella produzione popolare, in particolare «nelle commedie erotiche degli anni Settanta, che spesso vedono una donna ‘forte’ – la ‘colonnella di turno’ – e un uomo inetto non lontano dall’inetto Snaporaz di Mastroianni nel film di Fellini (e che dire di Fantozzi?)».

E quindi non si capisce perché nella Storia di Marsilio, a Monica Vitti, la «quinta colonna» della commedia all’italiana, attrice mobilissima e istrionica, si dedichi un breve paragrafo in cui viene liquidata come una sorta di macchietta stereotipata. Marcia Landy in Stardom, Italian Style segnalava che «molto poco è stato scritto sul suo lavoro come attrice comica. […] Nonostante abbia prodotto versioni moderne, se non trasgressive, di femminilità che mettono in discussione il potere maschile». La sua immagine di star, circolante sui media, e i ruoli interpretati, la allontanano dalla cultura tradizionale italiana per proiettarla nella swinging London dei favolosi anni sessanta. Se diamo un’occhiata alla stampa italiana e internazionale Monica Vitti è, infatti «L’incarnazione di una femminilità estetica senza associazioni emotive», una «bellezza moderna, piena di fascino».

Ma i film non bastano. Le mitologie di genere veicolate dallo star system coinvolgono pubblicità, moda, televisione, musica e stampa popolare. Per questa ragione, un approccio che guardasse esclusivamente al “testo” cinematografico sarebbe asfittico. Come suggerisce Veronica Pravadelli in Women and Gender Studies, Italian Style, «La convergenza tra prospettive culturali, storiche e di genere, è, […] anche, per gli studiosi italiani l’unico modo di mettere in discussione il loro campi di ricerca e di salvare il gender dalla posizione marginale che ha sempre avuto nell’accademia italiana».

Purtroppo, nel caso delle Storie del cinema italiano istituzionalizzate si tratta ancora di una posizione marginale e ghettizzante. Un ritardo, nei confronti della ricerca accademica internazionale, che attende di essere colmato. Monica Vitti è un caso esemplare e sintomatico delle défaillances della memoria storica italiana. Tra gli anni sessanta e settanta i suoi primi piani invadono i fotogrammi, nei panni dell’eroina swing o, più spesso, della “spettatrice media”; aprendo la strada all’icona erotica del cinema anni settanta: Edwige Fenech. Attrice ancora tutta da sottrarre al processo di “cultizzazione”, che la relega ancora una volta ai margini della cultura. Le storie del cinema italiano che vogliano finalmente aprirsi a una prospettiva culturale e di genere, non possono farlo ignorando Monica Vitti e Edwige Fenech. L’ironia fredda dell’una e l’erotismo dell’altra. Gli schiaffi presi e gli schiaffi dati.

Silvia Vacirca

 

Vacirca - La_poliziotta_della_squadra_del_buon_costume.edwige_fenech

Edwige Fenech in La poliziotta della squadra del buon costume (di Michele Massimo Tarantini, 1979)

 

Vacirca - Vitti

Monica Vitti in Ti ho sposato per allegria (di Luciano Salce, 1967)