«The Darkest Hour», di Joe Wright

di Gabriele Landrini

Tra i personaggi più controversi della storia britannica e internazionale, Winston Churchill ha giocato indubbiamente un ruolo essenziale nella Seconda guerra mondiale e nella disfatta nazista verso cui essa ha condotto. Incarnato sul grande schermo da innumerevoli interpreti nel corso di tutto il Novecento, l’ex primo ministro inglese è stato in tempi recenti interpretato da Gary Oldman ne L’ora più buia, nuovo lungometraggio di Joe Wright attualmente nelle sale italiane e candidato a sei premi Oscar. Dopo il teatrale affresco Anna Karenina e la favola pop Pan, il regista di Espiazione ha infatti deciso di confrontarsi con la Storia, ricorrendo alla tradizionale formula del biopic.

Abbandonato lo stile visionario e anti-mimetico tipico delle sue ultime pellicole, Wright segna il proprio ritorno riattingendo da un classicismo narrativo e rappresentativo, che ripensa però il passato in una chiave estremamente attuale. L’instabilità politica e culturale del conflitto bellico si trasforma in un riflesso archetipico e ugualmente disperato della modernità, che ha reso l’incomprensibilità sociale un proprio carattere distintivo. In un microcosmo contemporaneamente nazionale e universale, gli eventi si susseguono tra realtà e finzione, insinuando anche nello spettatore un senso di coesione e di conseguente rinascita. Nonostante la pellicola narri la tragicità della guerra, il conflitto bellico passa infatti spesso in secondo piano a favore di un sguardo rivolto ad un uomo e al suo popolo. Contrariamente a quanto successo nella realtà del tempo, i cittadini britannici – che sembrano però simboleggiare anche i cittadini di oggi – si trasformano nei mittenti principali del discorso politico: nella significativa sequenza in cui Churchill si reca in metropolitana, il soggetto qualunque prende cioè la parola e solo di essa il ministro diventa mediatore.

Vestendo i romantici ma romanzati panni di ambasciatore popolare, Churchill si delinea come modello di ciò che un politico dovrebbe ma forse non può essere: la voce della propria nazione. Cercando tuttavia di non semplificare, la difficile caratterizzazione di Churchill si scandisce in più momenti, atti a minare un’ormai stantia idea di protagonista-eroe ma allo stesso tempo di confermarla in un re-inquadramento conclusivo. Così come succede per molti biopic di nuova generazione, l’istanza immediatamente elogiativa sembra infatti venir meno, mentre in realtà persiste nei sotto-testi. Nella prima parte, il personaggio interpretato da Gary Oldman è rappresentato come un uomo dubbioso e insicuro che, ormai anziano e con dei fallimenti alle proprie spalle, sembra aver perso l’inamovibile sicurezza che gli era propria. Rispecchiamento di una fragilità con cui chiunque deve almeno parzialmente commisurarsi, il nuovo Churchill-uomo è pertanto imperfetto, tacitamente incapace di gestire l’enorme peso dell’ora più buia della propria nazione. Anche fisicamente, il primo ministro intraprende un cammino che, grazie ad una catarsi quasi distruttiva, lo conduce ad un conflitto e poi confronto con Re Giorgio VI. La figura del sovrano, più ancora di quelle ricorrenti della moglie o della segretaria, permette a Churchill di rinascere in quanto politico, ma di sopperire in quanto soggetto. Nell’ultima mezz’ora, il redivivo protagonista diventa infatti un’immagine di ciò di cui il mondo (anche) odierno ha bisogno: la sua imperfetta umanità sbiadisce gradualmente, prontamente sostituita da un velato populismo che, tra illusione e necessità, rincuora anche lo spettatore contemporaneo.

Il primo ed “umano” Churchill serve quindi a connettere chi guarda con l’idea che il protagonista andrà poi ad incarnare, nel momento in cui si ergerà come si è detto a simbolo di un legame indissolubile tra un passato comune ed un presente in crisi. Non solo narrativamente ma anche visivamente, Joe Wright organizza L’ora più buia con lo scopo di favorire la connessione tra personaggio principale e pubblico in sala. L’utilizzo di inquadrature nelle inquadrature, le quali a volte sfumano il mondo esterno in uno sfondo nero, servono perciò a concentrare l’attenzione sulla singola figura del politico, unico sopravvissuto in una realtà altrimenti sacrificata. Un’interessante sequenza è in questo senso quella della telefonata con il presidente statunitense Franklin Delano Roosvelt. Dopo il rifiuto di quest’ultimo ad aiutare gli alleati, Churchill è infatti ritratto seduto in un piccolo bagno, circondato da un vuoto di elementi che sottolinea la solitudine del personaggio stesso e ne amplifica nel contempo i caratteri umanizzanti.

Così come la Margaret Thatcher di Meryl Streep o la regina Elisabetta di Helen Mirren, nell’epilogo il secondo e “figurativo” Churchill si rivolge ai propri concittadini per spronarli a combattere e a non arrendersi, attingendo da quella forza che essi non sanno di possedere. Allo stesso modo, L’ora più buia recita il medesimo appello, all’inizio volutamente velato e nel finale quantomeno esplicito. Facendo sembrare una scelta ciò che nella realtà una scelta non è stata, nel suo discorso conclusivo Churchill-politico non si rivolge infatti unicamente ai suoi interlocutori, ma anche allo spettatore di oggi. Non limitandosi però alla semplice oratoria, negli ultimi istanti Churchill varca perfino i confini di una nuova inquadratura nell’inquadratura, lasciandosi alle spalle il proprio tempo e avvicinandosi sempre più a quello di chi guarda.