#VENEZIA74 – «Nico, 1988», di Susanna Nicchiarelli

di Damiano Garofalo

«Cosa sono quelle luci, mamma?». «È Berlino che brucia».

Inizia così Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli, film di apertura della sezione Orizzonti della 74° Mostra d’Arte cinematografica di Venezia. Al suo terzo lungometraggio, la regista romana si cimenta con un biopic sugli ultimi tre anni di vita di Nico, pseudonimo di Christa Päffgen, cantante e modella tedesca resa famosa dalle collaborazioni degli anni sessanta con Andy Warhol e i Velvet Underground. Dopo aver trattato, con Cosmonauta (2009), l’evoluzione del mito sovietico nell’Italia degli anni cinquanta, passando per La scoperta dell’alba (2013), dove gli echi del terrorismo brigatista degli anni settanta arrivavano fino ai giorni nostri, Nicchiarelli decide di raccontare l’ultimo tour europeo di Nico dal 1986 fino alla sua morte, avvenuta nel 1988 a causa di una caduta in bicicletta durante una vacanza a Ibiza.

È sempre la storia, stavolta internazionale, al centro del suo sguardo. Non a caso, dicevamo, il film si apre con i ricordi del bombardamento di Berlino del 1943 di una Nico bambina. Per tutta la vita, confesserà durante un’intervista radiofonica, vagherà apolide alla ricerca di quel suono qualitativamente «perfetto» causato dall’esplosione di quelle bombe. In giro per l’Europa degli anni ottanta, protagonista di in una sorta di road movie dalle tinte cupe e sfocate, la vediamo campionare con il suo inseparabile magnetofono i suoni più strambi: una rumorosa caldaia della sua casa di Manchester, il mare di Anzio dopo un concerto andato storto, il rumore dell’apparecchio medico che tiene in vita il figlio Ari dopo un tentato suicidio. Il punto di riferimento attorno a cui ruota tutta la narrazione è proprio quella memoria che ossessivamente ritorna e si accavalla al presente, talvolta sotto forma di ricostruzioni vagamente sgranate, altre volte tramite flash folgoranti tratti dall’archivio personale di Jonas Mekas (altro esiliato , così come Nico, accolto e reinventato dalla Manhattan degli anni sessanta). Memorie che, con il passare del tempo, si affievoliscono, lasciando maggiore spazio al presente di un racconto sempre più controllato.

La prima metà del film è accecante, anche grazie all’inaspettata intensità di Trine Dyrholm, attrice e cantante danese che reinterpreta, per l’occasione, i più grandi successi di Nico da solista. Nella seconda parte, tuttavia, Nicchiarelli non mantiene lo stesso regime testimoniale della prima: archivio e passato si sfaldano, e il personaggio di Nico finisce per rimanere eccessivamente schiacciato dalla sua ossesione per il presente. È proprio Nico, del resto, a voler affrancare parte del suo passato, ben conscia dell’impossibilità di cancellare quell’etichetta di “musa” di Lou Reed e dei Velvet Underground che la critica e la pubblicistica musicale le ha ormai affibbiato. La sua carriera è iniziata dopo il 1968, ribadisce più volte infastidita nelle numerose interviste durante il tour, manifestando una scarsa volontà di voler rievocare il suo periodo americano. In tutto questo, le luci e i suoni di Berlino rimangono sempre là, sullo sfondo, cornici primitive e uniche radici di una vita errante e affannata, tra successi brucianti e inesorabili cadute a picco.

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Ago 30, 2017 | Letture, News
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