#VENEZIA74 – «The Shape of Water», di Guillermo Del Toro

di Damiano Garofalo

Baltimora, 1962. In un laboratorio governativo segretissimo viene trasferita una strana creatura marina, dalle sembianze umanoidi, rinvenuta nei pressi dell’Amazzonia. Siamo in piena guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica, e il governo americano si fa promotore di una serie di investimenti in campo scientifico per superare lo storico nemico comunista. La società americana dei primi anni sessanta è governata dalla paura di un imminente conflitto globale; all’interno di questo clima di paranoia generalizzata, i personaggi sembrano interiorizzare molti degli impulsi conflittuali già presenti su larga scala. La quotidianità è scandita, da un lato, da una serie di telecamere a circuito chiuso, che sorvegliano la vita privata degli individui; dall’altro, ognuno si ritrova costantemente circondato dagli schermi: si tratta, soprattutto, di piccoli “vetri”, televisioni casalinghe ancora in bianco e nero, costantemente accese su programmi di intrattenimento, che hanno ormai cannibalizzato la centralità del cinema all’interno del regime scopico contemporaneo. Questo è il contesto con cui si apre The Shape of Water, decimo lungometraggio del regista messicano (ormai artisticamente naturalizzato americano) Guillermo Del Toro, presentato in concorso a Venezia 74.

Più che un film storico, ciò che Del Toro mette in scena è un quadro del passato che coinvolge inevitabilmente anche l’immaginario cinematografico. Elisa, la muta protagonista che lavora come addetta alle pulizie nel laboratorio, vive esattamente sopra il cinema Orpheum, riferimento sia all’omonimo circuito di sale cinematografiche attivo negli Stati Uniti tra la fine dell’Ottocento e la seconda metà degli anni venti, sia al mito stesso di Orfeo, che richiama inevitabilmente l’intersezione tra dimensione apollinea e quella dionisiaca, tra amore, arte e mistero – esattamente come il cinema stesso. Si tratta, tuttavia, di una sala cinematografica semi-vuota, che prevede in programmazione alternata due film di genere: The Story of Ruth, film biblico del 1960 diretto da Henry Koster, e una commedia musicale con Pat Boone intitolata Mardi Gras (1958), entrambe sponsorizzate come pellicole “a grande richiesta”. Il musical e il peplum, dunque. Ovvero i due generi di maggiore successo della gloriosa storia produttiva di Hollywood, che ritornano qui a simboleggiare la necessità di un ritorno al passato di un cinema in profonda crisi. Non a caso, negli appartamenti del condominio sopra la sala Orpheum, è la televisione a “comandare”: i piccoli schermi, dunque, scandiscono la vita di tutte le famiglie americane, fino a diventare, sullo sfondo, quasi oggetti trasparenti di arredamento. Sono decine di schermi televisivi inoltre, a invadere le vetrine dei negozi di Baltimora, illuminando il percorso notturno che Elisa è costretta a compiere per recarsi al lavoro.

La creatura marina stessa appare più volte come un evidente rimando al mostro umanoide, anche lui ritrovato nei pressi del Rio delle Amazzoni, di Creature from the Black Lagoon (1958) di Jack Arnold, uno dei classici della storia del cinema hollywoodiano. Essa stessa, «venerata come un Dio» dalle tribù indigene dell’amazzonia, è un richiamo mostrificato all’immaginario cinematografico degli anni cinquanta.  La creatura di Del Toro, una volta liberata e messa in salvo da Elisa nel bagno di casa sua dove può usufruire di una vasca adibita a piccola laguna , esce in salotto e si sofferma davanti a uno schermo televisivo, su cui sta passando l’ennesimo musical in bianco e nero. Quasi non appagata dalla visione di quel piccolo schermo, decide di scendere al piano di sotto per assistere, in piedi e da sola, all’interno di una sala vuota, al peplum di Koster. Il mostro cinematografico, simbolo del cinema horror e fantascientifico degli anni cinquanta e di tutto il cinema di serie b di lì a venire, si ritrova  improvvisamente metafora delle sale svuotate dalle televisioni, della crisi del cinema contemporaneo, e della necessità di rivolgere lo sguardo al passato per comprendere l’evoluzioni del medium stesso nel presente.

La sequenza in cui Elisa, seduta al tavolo con la creatura, immagina in un breve sogno di ritrovarsi assieme a lei a ballare e cantare  all’interno di un musical in bianco e nero a là Vincent Minnelli è certamente tra le più evocative in questo senso. Il contatto tra i due “alieni”, tra questi due mondi così lontani e così vicini, così diversi dal mondo che sono costretti ad abitare, era avvenuto, del resto, grazie alla musica proveniente da un giradischi portatile. Un contatto prima impossibile, se non attraverso un vetro, uno schermo touch invalicabile, che non permetteva alle loro mani di aderire plasticamentee. La sensibilità tecnica, terrestre o marina che sia, tra i due corpi amalgamati dall’acqua passa, dunque, anche attraverso la nostalgia tecnica di medium desueti (il cinema, la musica, perfino la televisione): a rimettere tutto in circolazione, un ambiente mediale liquefatto che, così come nel titolo, finisce per dare una nuova forma alle cose che lo abitano.

Set 1, 2017 | Letture, News
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