«Vox Lux», di Brady Corbet

di Gabriele Landrini

Il cinema americano ha spesso tentato di raccontare gli eventi e le figure chiave della propria storia, provando a dipingere in modi più o meno riusciti le tappe fondamentali che hanno permesso agli Stati Uniti di svilupparsi ed evolversi, diventando la nazione che tutti oggi conoscono. Tra biopic didascalici e kolossal ad alto budget, il cinema si è tuttavia più raramente confrontato con la stretta contemporaneità, difficilmente rappresentabile sia per l’eccesso di immagini che già a priori gli è propria, sia per un’instabilità in divenire che è intrinseca alla sua natura. Vox Lux, seconda opera da regista di Brady Corbet presentata all’ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, si erge in tal senso a modello più recente di una differente formula votata al racconto della società odierna, svincolata da qualsiasi evento realmente accaduto ma aperta ad una raffigurazione ideologicamente ontologica della realtà attuale. Corbet, che già in The Childhood of a Leader aveva mostrato affinità con tali argomenti, dipinge pertanto – prendendo in prestito un’espressione da Douglas Gordon e Philippe Parreno – un ritratto del XXI secolo, incentrato questa volta su una protagonista tanto inverosimile quanto concretamente reale.

Proponendo una struttura narrativa scandita in due atti, a cui si aggiungono un prologo e un epilogo, Vox Lux segue infatti le vicende di Celeste, una popstar di fama internazionale che ha raggiunto il successo in tenera età, dopo essere sopravvissuta miracolosamente ad una strage avvenuta tra le mura della sua scuola superiore. La prima parte, ambientata tra il 1999 e il 2001, si concentra sull’ascesa della giovane diva, mostrando la sua ingenua iniziazione nell’industria discografica, resa possibile proprio grazie alla tragedia di cui è diventata involontario volto. Con uno stacco quasi ventennale, la metà successiva fa invece un salto nel 2017, mostrando la vita adulta di Celeste, a seguito di un nuovo attacco terroristico che, pur non coinvolgendola in prima persona, l’ha vista comunque indirettamente protagonista.

Pubblicizzato inizialmente come un lungometraggio sull’affermazione e la caduta di una grande celebrità della musica pop, Vox Lux è in realtà un progetto molto più complesso, che sfrutta l’archetipica figura del divo come riflesso della decadenza imperante della società contemporanea, poggiata su un fanatismo tanto trasversale quanto (auto-)distruttivo. Ad una prima lettura, sicuramente più immediata della seconda che si proporrà qui in seguito, lo spettatore è propenso a seguire e simpatizzare con la protagonista che, nonostante lo stravolgimento emotivo della seconda parte, diventa l’idolo anticonvenzionale di un nuovo modello di religione, votato sulle dialettiche dello spettacolo e soprattutto della spettacolarizzazione del non-spettacolo.

Con sguardo arguto ed equilibrato, Corbet mette in scena la più viscerale natura dello show business contemporaneo, raccontando anzitutto come le logiche dell’entertainment travalicano – e abbiano sempre travalicato – il terreno che gli è almeno teoricamente conforme. Il primo atto, e soprattutto il tacito ma evidente passaggio da Celeste-vittima a Celeste-cantante, si definisce come restituzione artistica di tale sfumatura di confini, la quale riecheggia la proliferazione di immagini che segue a tutti i micro-traumi occidentali contemporanei. Anche la scelta di connettere la decadenza non al terrorismo in larga scala ma ad una piccola tragedia in un liceo di provincia sembra non essere per nulla casuale: se da un lato sociologi della comunicazione come Glenn W. Muschert e Johanna Sumiala hanno identificato nelle sparatorie scolastiche l’emblema della mediatized violence in a global age – riprendendo il titolo del volume da loro curato –, dall’altro lato l’assenza di una violenza proveniente dall’esterno mina ancor più nel profondo il nazionalismo a stelle strisce (ma più ampiamente capitalistico), che deve imputare la tragedia solo a se stesso.

Tale intreccio, non positivo ma almeno temporaneamente equilibrato, è poi riproposto con sguardo speculare nel secondo atto, quando un nuovo episodio di violenza rimarca la connessione tra perdita dei valori e società dello spettacolo. Celeste, ora madre degenere e cantante esente da meriti artistici, si propone come impensabile ma assolutamente coerente guida non illuminata della nazione che, in quanto diva, sembra quasi governare. Come una sorta di moderno messia, la giovane donna incarnata da Natalie Portman assurge pertanto a leader malato di una società altrettanto malata, nella quale i già sfumati confini tra realtà e finzione sembrano ormai definitivamente scomparsi. Se in The Childhood of a Leader, Corbet dialoga con il potere nelle forme più tradizionali del termine, in questo caso la sua operazione si raffina ulteriormente, ragionando su una dittatura ugualmente indottrinante e coercitiva ma nel contempo meno esplicita.

Proprio partendo da quest’ultimo assunto, una seconda lettura sembra dunque rovesciare la prospettiva, portando lo spettatore a rivedersi non nella protagonista ma nel pubblico diegetico che, in quanto presenza fantasmatica prima e concreta poi, accompagna il successo di Celeste. In modo meno marcato ma altrettanto imperante, l’affresco volutamente pop-punk di Corbet non è unicamente il racconto della one in a million, ma anche e soprattutto di coloro che le hanno permesso di divenire tale. In questo senso, nel corso del primo e del secondo atto, il fautore dell’ascesa è un’entità astratta e indefinibile, coincidente con un pubblico generalizzato che, seppur collimante con quello extra-diegetico, non ne condivide esplicitamente lo sguardo: mentre ipotetici fan fruiscono infatti l’immagine pubblica della diva in quanto costrutto mediatico, lo spettatore di Vox Lux si rapporta con un dietro le quinte difficilmente fruibile da un presupposto doppelgänger intra-narrativo, causando dunque una spaccatura tra le due istanze guardanti. In realtà, questa mancata coincidenza è solo superficiale: se già la parabola di Celeste rievoca la feticistica altalena emotiva che accompagna il music business e il proprio bacino d’utenza, il finale trascina lo spettatore nella visione, rendendolo esso stesso parte di un concerto quasi globale, assunto gradualmente a messa dichiaratamente satanica.

Ragionando su una duplice prospettiva a tratti speculare e coincidente, Brady Corbet offre quindi con Vox Lux un ritratto convincente e veritiero del mondo occidentale, raccontando, attraverso le vicende di un’improbabile ma realistica diva della canzone, il trauma che pervade silenziosamente la società contemporanea e soprattutto i singoli soggetti che quotidianamente la popolano.